Racconti brevi " il nido dei sogni " by Liviu Rebreanu
Il nido dei sogni
La valle si restringe sempre. Le colline si avvicinavano, crescevano, raddrizzavano i loro verdi scialli della foresta, ondeggiando dolcemente come dei vecchi giganti che affrontano la vecchiaia. Il fiume correva tra le loro gambe, rotolando sui massi del sentiero, ruggendo come spaventati da uno sguardo minaccioso.
Il treno soffiava sempre più forte, scricchiolando da tutte le articolazioni, spostandosi sempre da una sponda all'altra, cercando di facilitare la sua ascesa. Al rombo delle ruote, il bosco ribolliva e il fumo nero, che gorgogliava sempre più tempestoso dal camino della locomotiva, si spandeva sugli alberi spaventati, aggrappandosi ai rami e coprendo la faccia del sole, come un velo di lutto.
Il caldo nelle carrozze era così denso che spremeva solchi di sudore dalle guance della folla rassegnata, scambiando raramente una parola annoiata, guardandosi l'un l'altro con occhi stanchi e riparandosi dalla luce che ondeggiava sopra le finestre sporche e rotte come qualcosa di soffocante… sentivo il torpore intorno a me che cercava di tentarmi, di toccarmi il cuore e di soffocare la mia gioia. Ma ora la mia anima era in grado di schiacciare qualsiasi minaccia. Era così piena di speranza ...
Dopo trent'anni di vano tumulto, stavo tornando al punto da dove mi sono affacciato al mondo. Avevo cercato la felicità in ogni angolo della terra e da nessuna parte l'avevo trovata. Non nel rumore delle città, non nell'amore delle persone, nemmeno nel mio cuore. Più la desideravo, più si nascondeva. La vita mi ha sempre rincorso, mi ha umiliato, mi ha tagliato le ali ... Poi l’audacia si è persa. I miei occhi non guardavano più avanti; spaventati dall'oscurità impenetrabile, si voltavano a guardare indietro sempre più spesso. Il ricordo mi abbracciava infreddolito, mi svelavano momenti vissuti tempo fa, vestito di abiti lucenti, mi attiravano in un mondo dimenticato, dove la vita è un sogno e l'anima non conosce il dolore ...
Stavo scomodo in un angolo dello scompartimento, e avevo voglia di gridare che stiamo attraversando la terra promessa. I panorami mi dicevano che ci stavamo avvicinando, mi sorridevano come a un compagno perso e poi ritrovato. Di tanto in tanto, qualche rimorso mi rimproverava di essere ritornato così in ritardo. Ma ho evitato la mitezza di un peccatore che espia la sua colpa riconoscendola. E la mia anima tremava in attesa del bacio della felicità.
"Almeno un'ora vorrei rivivere il fascino del passato, anche solo un attimo! ..."
I burroni, le rocce, gli alberi, persino il sole, che mi bruciava terribilmente le guance, mi sembravano più belli che negli altri posti. Mi chiedevo come mai le altre persone potessero essere indifferenti e mi dispiaceva per loro. Le mie labbra sussurravano sempre "guarda, guarda", ma così dolcemente che solo la mia anima poteva sentire la voce. Mi sono reso conto che il mio ardore poteva sembrare ridicolo a chi rinchiudeva il cuore nelle valigie, come mi sarebbe sembrato ridicolo pochi giorni fa l'uomo che sarebbe corso a trovare la felicità passata in un villaggio sperduto.
Più mi avvicinavo all'villaggio, più l'emozione mi travolgeva. Costretto a controllare i miei sfoghi, mi rinchiusi sempre di più nel guscio della mia anima, come in un nido caldo e protetto dai pericoli della distruzione. Mentre il treno si arrampicava con forza attraverso le colline selvagge, il mio pensiero scendeva dolcemente nel mondo della memoria. Mi sentivo sempre più minuscolo e soddisfatto. Tempo e luoghi si sono fusi in una nebbia rosa, in cui le persone e le cose appaiono e scompaiono come apparizioni di fiabe o come frammenti onirici ...
Ecco il villaggio… Dall'alto della collina, il sole lo guarda come un occhio caldo che lo protegge. La luce dorata lo accarezza ... La strada lo taglia in due, lunghissima, e il ruscello lo lava come fosse un bambino viziato... Eppure, quanto è grande! Non puoi nemmeno immaginarlo. Al di là dell'acqua, solo uscendo di poco dal villaggio, ti trovi subito entrato nel regno dei draghi ... Ogni volta che andavamo ai margini del villaggio, fra gli zingari, nostra madre ci aspettava con il bastone... Meglio giocare davanti a casa nostra… Dimitri, Constantin! Fermi! Michele vai a chiamare Julian e Vicentine e Ottaviano! ... Emilio, stai con le ragazze, perché sei un bambino piccolo ... Ora andiamo al ruscello, a fare il bagno, ma di nascosto di nostro padre, che se ni prende!… Notaio Sanjoan va in ufficio, tenendo la mano di Cornelio, che guarda con nostalgia la nostra comitiva… Il notaio è il nostro padrino, ma mio padre litiga sempre con lui. Cornelio è cupo e cammina sempre con le scarpe. Facciamo a botte ogni volta che ci incontriamo. Per fortuna ci incontriamo di rado, perché loro abitano all'inizio dall'altra parte del villaggio… Michele si succhia il dito, con lo sguardo dietro a Sanjoan, ma di più sta guardando gli stivali del ragazzo, con la punta di ottone. Il povero Michele non ha mai avuto ne anche delle ciabatte da quando la sua mamma lo ha fatto; suo padre è il più grande ubriacone del nostro villaggio ... la Bottega di Gianni… alla finestra, tanti barattoli pieni di caramelle di tutti i colori ... Gianni è seduto sulla soglia, su una sedia con un cuscino rotondo di pelle lucida, aggrotta sempre le sopracciglia…. Baldo si affaccia sulla porta, un giovane alto, con le spalle larghe, e con una faccia bella e sorridente. Lavora al negozio ed è l'uomo più forte del villaggio. A noi è molto caro, perché ci racconta tante storie e soprattutto perché è un grande artigiano in tutti i tipi di giocattoli. Ci ha fatto i fucili di legno con cui abbiamo iniziato una grande caccia nel nostro orto, finché non è arrivato mio padre e ci ha mandati a giocare da un'altra parte ... Papà sembra sempre molto severo, non ride mai con i bambini e lui è un insegnante. Ma abbiamo capito da tempo che la sua severità deve essere una maschera. Primo, perché non ci ha mai picchiati. Poi, quando parlava con gli abitanti del villaggio, raccontava tante di quelle barzellette, che ti facevano morire dalle risate... Abbiamo più paura di mia madre, che è sempre nervosa e, tutto il giorno ci rimprovera e schiaffeggia…
La sera è mite e stellata, non ti viene voglia di andare più a letto, non vorresti smettere mai di giocare… La voce della mamma si sente acutamente nella notte: “A casa, bambini! Non siete stanchi di giocare?...”
È solo in casa che sentiamo i morsi della fame e deglutiamo come i lupi, mentre mio padre chiacchera con Aaron, il locandiere della porta accanto, che a ogni parola aspira il fumo dalla sua pipa. Insomma, senza tappo, adagiata sopra la sua grande barba bianca, come in un letto, che ti chiedi come mai non prenda fuoco ... Nessuno in tutto il villaggio mi è più caro del maestro Aaron. Ogni volta che mio padre mi manda a portargli un po' di lievito, il maestro non si arrende finché non mi dà due o tre caramelle, aggiungendo con un sorriso triste negli occhi azzurri: "Per ricordarti di me quando non ci sarò più ”… Aveva un naso grosso come una patata, con tanti puntini neri. Quando lo soffiava, suonava come una tromba ... Avrebbe parlato tutta la notte se non avesse avuto paura di sua moglie, magra, bassa ed eternamente imbronciata, una strega… Come era un po’ in ritardo, come arrivava la vecchia, che, così, per niente, iniziava a maledirlo, a volte anche in dialetto. Lui restava in silenzio, pieno di vergogna, si metteva il cappello nero nella testa calva, e se ne va mormorando, trascinando gli stivali. Ma l'ebrea rimane ancora a lamentarsi a sua madre che un uomo più maledetto come Aaron non c’è sotto il sole, che non può lasciarlo ne anche alla taverna, perché ha preso il vizio dell'ubriachezza, che beve più lui di quanto si vende, oggi così, domani così, fino a quando Aaron, per liberarsi delle lamentele, si accorda con mio padre per insegnare a sua figlia a leggere… Estera era un po’ passata e somigliava a sua madre. Scoppiamo a ridere quando la sentiamo sillabare quello che impariamo anche noi a scuola, ma soprattutto quando fa qualcosa di sbagliato ... "So-no sta-to al ru-scel-lo” "Sonno” invece di "sono"... Risate e ruggiti ... Risate e risate, ride anche mio padre, comprensivo ... E Aaron, che perdona. Anche Estera, anche se è morta di vergogna…
Passano le notti e passano i giorni ... una sera, quando nostra madre ci raccoglie dalle strade, Aaron non arriva più ... È tardi, il sonno preme sulle mie palpebre. Estera, nel cuore della notte, si precipita urlando: "Mio padre sta morendo!". Noi alziamo la testa con stupore da sotto il piumone. Papà, con la faccia bianca e la testa scoperta, esce per parlare con Estera. " È morto presto, povero!” mormorò mia madre, con una lacrima tra le ciglia, accarezzandomi pazientemente i pantaloni, che avevo completamente arruffato saltando così tante staccionate ...
Una folla di bambini vivaci gironzoliamo davanti alla casa di Aaron ... Il figlio di Gallo ci dice che seppellisce gli ebrei avvolti solo in un sudario, senza una bara ... Nel cortile è pieno di ebrei da ogni parte, tante carrozze, con dieci o più persone in una carrozza... Chi è il rabbino? Forse quello con la barba rossa? ”Una pioggia di fulmini ci spaventa e ci fa scappare a casa. Ma mio padre accompagna Aaron al cimitero ...
Oh, se solo finisse presto la pioggia, per poter vedere anche noi il cimitero ebraico! ... Guarda! Dell'altra parte dell’ruscello, sulla costa cosparsa di alberi, circondata da una staccionata di assi… Non osiamo attraversare il ruscello… Ma si vede bene dall'altro lato, dalla strada. Nel mezzo, sorvegliato da un vecchio salice, un tumulo allungato di terra fresca, bruno-brunastra. Iniziamo a parlare, numeriamo alberi, e diciamo che Aaron deve andare direttamente in paradiso, anche se era ebreo, che ha espiato i peccati di tutti i suoi parenti nella sua vita, sulla terra, avendo una strega come moglie e padrona una brutta persona... Siamo rimasti a parlare finché la notte scende su di noi. A casa abbiamo mangiato per prima le botte. Mia madre si era disperata pensando che fossimo annegati al ruscello o rapiti dai zingari…
Si fa sempre buio ... È come se i giochi non avessero lo stesso fascino, né gli amici, né la casa… "Beh, vecchia mia, ci trasferiamo!... Ecco la lettera... il stipendio più grande"…Tutti in casa siamo felici… Nelle tre carrozze, cariche fino al bordo, è entrato un passato di tanti anni… I bambini ci invidiano che dobbiamo fare una così lunga camminata con la carrozza… in una carrozza, in una giornata uggiosa e piovosa, coperto con alcuni vecchi vestiti di mio padre, la mattina presto, con le spalle in avanti, assonnato e imbronciato, vedo come in sogno come vengono lasciati indietro, uno dopo l'altro, il cortile di Dimitri, le erbacce di Arini, la cancelleria, le capanne degli zingari, la piccola casetta di mia zia, nascosta tra gli alberi, come la casa di una strega… Tutto rimane indietro, solo la strada ci segue sempre, frettolosamente, come un fedele cucciolo. Foreste e colline si inchinano, come se ci salutarono. Poggiolo, che avevamo programmato di radere quando saremo grandi, per far arrivare più presto il sole… Il carro va avanti, i campanellini dei cavalli fanno sempre lo stesso suono…. La mia casa, il mio villaggio, se allontana, ondeggia, diventa tutto più piccolo… Dopo, una curva e…
- Biglietti, biglietti! gridò una voce scontrosa accanto a me.
Trasalisco, come se mi fossi svegliato sull'orlo di un precipizio. Il controllore aspettò, mordendosi i baffi. Volevo sorridere e potevo sentire un'antica tristezza sulle mie labbra. Ho guardato attraverso la finestra. La linea ferroviaria stava svoltando a sinistra. E all'improvviso la collina, con la sua testa calva, apparve dalla finestra, guardandomi stupita, come a uno ospite sgradito. E ai suoi piedi il villaggio…
- Arrivo! Il mio villaggio! dissi stupito, precipitandomi inconsapevolmente alla finestra.
La ferrovia è stata tagliata sulle colline. Il villaggio, che si vedeva nella vale, sembrava un disegno fatto di un bambino, scarabocchiato su carta da regalo. L'emozione mi aveva seccato il palato ...
E all'improvviso una mano fredda iniziò a stringersi nel mio cuore. Questo era un villaggio come tutti gli altri, sbattuto ai piedi delle colline, spaventato dal rombo del treno. Ho visto la casa di mia zia, in un folto di alberi secolari. Perché mai mi è sembrato il posto di una strega? Le capanne degli zingari erano allineate ai margini della strada, come dei sporchi mendicanti eternamente in fuga. La cancelleria comunale si annoiava da sola, in rovina, con il tetto storto che pareva un orecchio. La casa di Dimitri era piccola e storta come un vecchio malato ... Tutto era come una volta, eppure era come se tutto mi fosse estraneo, come se non li avessi mai visti.
Sentivo come si sgretolava dentro la mia anima un mondo, il mondo più bello…
Sono sceso in una stazione dei treni quasi deserta… mi sono seduto sul binario, con la valigia in mano, confuso, non sapendo dove andare… mi girava un coltello nel cuore: come trovare la felicità in un villaggio con una stazione dei treni? A quel tempo, solo il vecchio prete aveva camminato con il carro di fuoco, di cui raccontava delle meraviglie…
Ero seduto alla stazione dei treni e non avevo il coraggio di precipitarmi avanti o indietro. Che ci faccio qui? Perché sono tornato qui?
Un contadino scalzo e dai capelli rossi mi ha preso la valigia.
"Prego, seguimi!"
Camminavo dopo di lui. L'aspetto dell'uomo era impresso nella mia mente come un punto interrogativo, attorno al quale giocavano selvaggiamente barlumi di speranza.
- Come ti chiami?
- Michele…
Per un momento, il mondo si è vestito di nuovo con la nebbia delle rose.
- Sei tu, Michele? … E non mi conosci? Non ti ricordi di me?
Mi stava esaminando incredulo, persino sospettoso. Quando gli ho ricordato i vecchi tempi, è rimasto semplicemente sorpreso, poi si è accigliato, come se gli avessi aperto una vecchia ferita.
"Era meglio che non veniva, signore!" disse con amarezza. Ciò che era passato, se ne andato ... Anche qui la gente si e rovinata. Non è più come allora.
- È Sanjoan?
Mi ha guardato in modo incomprensibile.
"Il vecchio notaio," ho aggiunto con impazienza.
- A... È morto molto tempo fa ... Molto tempo fa ... Anche il signorino non è più qui. Cioè, è diventato un grande signore ... Dio sa dove si trova ...
Morirono sia Gianni che Julian ... I compagni del passato si sono tutti dispersi… Baldo e morto in guerra ...
Mi sono fermato spaventato. Allora dove sto andando? Quindi il mondo che sto inseguendo è solo un'immaginazione vana e passata? Allora, sono caduto in una vita in cui sono più straniero che in qualsiasi angolo del mondo?
Michele mi ha portato in una locanda: era la locanda di Aaron, ristrutturata, imbiancata, arricchita. Vengo accolto da un ebreo vestito in modo pulito, con un capello sulla nuca, con i baffi attorcigliati. Mi parlava ungherese e aveva un sorriso sprezzante quando non lo capivo. Dov'è il tempo in cui Estera studiava con mio padre?
Mi venne in mente il ricordo del vecchio Aaron. In piedi al cancello del cortile, indeciso, con uno sguardo vuoto, vedevo una grande barba bianca in cui affondava una pipa di argilla, poi una lucente testa calva con un cappello nero in testa ... La voce del vecchio mi frusciò sommessamente nelle orecchie.
"Di tutti i sogni del passato, rimane solo il cimitero!" mi ha detto, poi se ne andato su per la strada da solo.
La gente mi è passata accanto, mi ha salutato e mi ha guardato con stupore. Volevo fermarli, dire loro che io ero quello che conosceva l'intero villaggio trent'anni fa, quello che ha conosciuto la felicità qui… Ma non ho osato. Nessuno mi conosceva più e nemmeno io conoscevo nessuno. Mi sentivo estraneo a loro, come si sentivano anche loro estranei a me ... I cani mi abbaiavano da tutti i cortili. I bambini mi fissavano a lungo, perplessi, come se avessero visto un fantasma. Le case, che una volta mi sorridevano amichevolmente, ora sbattevano le palpebre pietose, dai loro piccoli occhi neri ...
Ho guardato il ruscello, verso la costa dove sapevo che ce la tomba di Aaron, nel mezzo del cimitero ebraico, all'epoca splendidamente recintato con assi. Sulla costa ora pascolava una mandria di mucche, a perdita d'occhio, sorvegliata da un ragazzo proteso a faccia in su all'ombra di un melo boscoso. Il mio cuore batteva così forte che sentivo chiaramente ogni battito. "Forse non mi ricordo il posto"! Mi sono detto, anche se sapevo di non essermi sbagliato.
Ho attraversato il fiume su un ponte di tronchi. Sono andato come proiettile al pastore.
- Questo è il cimitero ebraico?
Ha aperto solo un occhio e solo un momento. Mi ha risposto con noncuranza:
- Non ci sono cimiteri ebraici qui intorno ...
"Tuttavia, lo era, amico!" "Il locandiere Aaron fu sepolto qui trent'anni fa!"
Ora aprì entrambi gli occhi e mi guardo stupito, poi beffardo. Ho capito che mi credeva ebreo, soprattutto quando ha detto:
"Lascia stare, signore, che non poi sapere meglio di me, che sono nato e cresciuto in queste terre!"
Il suo silenzio mi fece arrabbiare. L'ho sgridato:
"Non può essere che non ce stato, hai sentito? ... Pensaci bene! ... Aaron! ... Aaron!"
"Lo sarà stato, se lo dici tu," rispose l'uomo, perplesso. Ma non ricordo ... Da quando ho ricordo, ci sono solo dei pascoli qui ... Non ho sentito parlare del tuo Aaron ...
"Non hai nemmeno sentito?"
- Ne anche… Abbiamo già abbastanza guai… Ti pare che abbiamo tempo di pensare ai morti ... Dio li riposi e buona pace!
La mia rabbia svanì, lasciando il posto a una fastidiosa amarezza. Pensieri oscuri, come punture, formicolavano nel mio cervello.
- Ci pensi, l'oblio ha inghiottito la tomba dell'uomo, anche il ricordo ... E solo in pochi anni ...
Ali invisibili svolazzavano intorno a me, soffocandomi. Il niente grigio mi circondava, schiacciava la mia anima, seppellendo tutti i miei desideri e sogni nella nebbia. Il mio cuore era vuoto di ogni speranza. Un senso di vuoto mi ha abbracciato… ho capito che il dimenticare mi accarezza le guance. E il silenzio era così pesante nella mia anima, come una pietra su una tomba ...
La voce del pastore risuonò come una salvezza:
"Non restare con la testa scoperta sotto il sole, signore, perché fa male!"
Gocce di sudore mi colavano lungo le guance. La mia testa stava bruciando.
"Quando parte il treno, ragazzo?"
- Verso la sera, signore...
Ho sentito l'urgenza di partire il prima possibile, per liberarmi di un grande pericolo. L'oblio mi stava stringendo il cuore. Il passato cancellava le mie tracce senza far rumore.
Il treno correva sbuffando allegramente e con leggerezza, lasciandosi alle spalle il villaggio, su cui scendeva la notte. Alla svolta, non ho nemmeno guardato indietro. Il mio sguardo era ora solo in avanti. La locomotiva lanciava fasci di scintille a destra e a sinistra, diffondendo la luce nell’oscurità.
Leggi anche :La confessione
Commenti
Posta un commento